venerdì 7 dicembre 2012

Atrax Robustus


<<Io sono Compè Anansi, 
figlio di Nyame
e Re di tutte le storie>>


Ho lasciato apposta sulla scrivania un intero faldone delle cose che non sono riuscito a scrivere durante questi anni. La pila è piuttosto alta, e l'ho trascinata abbastanza lontana dal bordo quando era diventata troppo pesante per sollevarla senza che crollasse.
A guardarla da seduti sul letto, lo schieramento affilato dei margini è distorto da una complicata orogenesi di fogli di altri formati. Agende e calendari e taccuini da ufficio mutilati per nobile causa di un fugace conflitto a inchiostro, che poi è il capriccio dell'appunto.
Credo che non potrò pensarci domani.
Mi metto in piedi e impugno la mazza da baseball, torcendomi di lato per preparare la battuta della mia vita. Il fianco della libreria cede in uno schiocco sordo che si allunga fin negli angoli dove la luce della lampada non riesce ad arrivare. Cadono frettolosi a decine, per casa editrice e autore, e non sono gli uccelli o i pesci di Guy Montag, ma tessere e mattoni fragili che si spiegazzano sul parquet da quattro soldi. Ancora e ancora e gli scaffali s'impennano con la furia dell'ultimo, innaturale movimento, cadendo dai supporti d'acciaio fin sul fondo del mobile, in un naufragio che fa un baccano d'inferno. Salto all'indietro appena in tempo prima che tutto crolli lungo centosei centimetri per ventotto spiaccicando costole e copertine cartonate, e un'intera collezione dei miei modellini d'areoplano. Resto qualche minuto fermo a guardare la scena. Non è la mazza lo strumento, ma la mia volontà di decidere questa nota incredibilmente inopportuna nel bel mezzo dell'armonia matematica di parole giuste che io non conosco. Sono bastato soltanto io e già non ci sono più. Senza fretta preparo il borsone, con i jeans ripiegati sul fondo e solo una felpa, per far spazio alle scarpe da ginnastica nella busta di plastica bianca, poi lo sistemo vicino alla porta della stanza. Appena lo afferro per le maniglie sento distintamente ogni cosa ammucchiarsi senza ritegno su quella che le sta sopra, sotto, o affianco. Pazienza.
Colpisco dal basso verso l'altro tra le ante, aperte come braccia arrendevoli, e una pioggia nera di grucce si disintegra sopra tutte le camicie e giacche e t-shirt che ho deciso di abbandonare qui. Colpisco finché la vernice non lascia posto alla tragica verità del legno molto più vecchio di quanto credessi, finché la parete interna non regge più e lui si accascia completamente su sé stesso.
Sollevo una danza di schegge trasparenti dalle finestre, nell'atmosfera, devo dire, anche piuttosto coreografica dell'intonaco frantumato che disegna ghirigori attorno alla lampadina dell'abat-jour.
Una volta finito poso delicatamente la mazza a terra e faccio un giro su me stesso.
Arrivo alla porta, riprendo il borsone, mi giro a guardarmi indietro per qualche secondo, chiedendomi se non ci sia qualcosa che dovrei cercare di recuperare, fra le cornici e la scatola delle lettere, che si sono srotolate in un volo di gabbiano quasi fino a me, come se tentassero di chiamarmi per l'ultima volta. Poi esco in silenzio e chiudo la porta senza spegnere la luce. Passo dal bagno, tolgo il cellulare di tasca e lo butto nel water. Inzuppandomi una manica lo spingo più a fondo possibile, poi tiro lo scarico. La tazza borbotta di disappunto e non aspetta ad erompere in un urlo soffocato da un conato d'acqua, che si solleva come se ci avessi lanciato un'incudine. Per lo spavento finisco contro le piastrelle, ma poi mi affretto ad uscire perché il pavimento comincia ad allagarsi.
Attraverso il corridoio spento, passo dalla cucina. Lei è ancora legata.
Quando accendo la luce punta gli occhi sbarrati su di me ma non dice niente. Il bavaglio è ben stretto tra i denti.
La tuta da ginnastica è fradicia di sudore, forse per le imposte chiuse in pieno luglio.
Mi guarda, la guardo. Tende forte i lembi di tessuto che le assicurano i polsi alle gambe del tavolo senza emettere un lamento. Il rumore solitario del tavolo che batte sul pavimento mi ricorda quello di denti che si chiudono. Sul piano cottura, c'è ancora il barattolo con il ragno.
È un barattolo di quelli usati per le marmellate, con l'aracnide che saggia senza sosta l'interno delle pareti pulite. Le zampe fanno tic tic tic.
Poso il barattolo per terra, accanto al tavolo, abbasso la cerniera della sua giacca, le sollevo la maglietta. Ha la pancia chiara e piatta, in controluce spruzzata da una peluria appuntita che disegna un vortice verso il basso. Lei non mi guarda come se pensasse che la voglia stuprare.
Prendo il barattolo con il ragno e lo tengo sollevato per qualche attimo.
<Atrax Robustus> scandisco <Uno dei ragni più aggressivi al mondo. Viene dall'Australia. Nessuno riesce a spiegarsi perché il veleno di questo aracnide sia più efficace sulle scimmie che sulle sue prede naturali>.
Picchietto l'indice sul vetro.
<Sai cosa fa? Non lo sai? Te lo dico io. La tossina inoculata da un morso, e non è detto che morda solo una volta, apre il canale ionico del sodio, determinando un'attività neurale più intensa del normale> Sembra che stia leggendo un prestampato.
<Già pochi secondi dopo il morso il dolore diventa insopportabile. Prurito, irritazione, poi arrivano le prime contrazioni muscolari involontarie> svito metodicamente il coperchio. L'animale se ne sta buono in un angolo, aspettando come madre natura gli ha insegnato.
<Vertigini, nausea, lacrimazione profusa. La temperatura del corpo si alza, l'edema polmonare si fa più consistente. In genere anche se si sopravvive alla crisi, che dura circa tre ore, il rischio di morire permane per sei giorni>. Resto in silenzio ancora per qualche secondo, lei respira forte con gli occhi così fissi e sporgenti che sembra le siano scomparse le palpebre.
Capovolgo il barattolo e lo tengo sospeso sopra al suo ombelico.
Il ragno ci cade dentro senza errori. Butto il barattolo a terra, raccolgo il borsone e torno il corridoio. Dalla cucina arriva un piagnucolare attutito.
Infilo la chiave d'ingresso nella parte interna della porta, forzandola fino a deformarla completamente nella serratura. Il metallo segue la mia mano come una ragazza che gioca a fare la difficile, appena uno stridio.
Chiamo l'ascensore, richiudo la porta alle mie spalle. Per le scale fischiettano Tutta mia la città: le note scompagnate fanno a cazzotti con quelle del tg serale dall'appartamento di qualcuno che cena già a quest'ora.
Le porte si aprono con un rollare di cuscinetti a sfera su un piccolo binario. Ding!
Nella cabina c'è una coppia di anziani: lei ha uno yorkshire al guinzaglio che mi guarda con la lingua di fuori e la testa infiocchettata di rosa.
<Parte?> mi chiede il vecchio senza sorridere, approfittando del tremore del parkinson per indicare il mio borsone con la testa.
<Sì> sospiro io come se il bagaglio fosse molto più pensante di quanto non sia in realtà, mentre scivolo in mezzo a loro.
<Tutti al piano terra?> domando con un'allegria che sembra forgiata in anni di lavoro ad un villaggio vacanze.
<Tutti al piano terra>, chioccia la vecchia mostrando la dentiera.
<Molto bene>.

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